“Siamo i migliori a rompere le scatole, le vostre”: questo è l’incipit del sito www.iMasterminds.net”, che di rotture di scatole se ne intende. Perché andare fuori dagli schemi e dal tracciato ordinario è quello che i Masterminds sanno fare meglio, consci del fatto che per essere diversi e dar vita a prodotti e servizi davvero innovativi, è necessario proprio “rompere”, sbattere la testa, immaginare prima e realizzare dopo quello che ancora non c’è, per poi sentire i clienti dire “ma com’è impossibile averne fatto a meno prima?”.
Proprio per questo siamo vicini agli startupper, agli innovatori veri, a tutte quelle persone che hanno un’idea così pazza da non trovare finanziatori e che, proprio per questo, alla fine finanziano di tasca propria quella stessa idea, senza darsi uno stipendio per chissà quanto tempo. Già, perché il guadagno arriva solo quelle rare, rarissime volte in cui si riesce a portare a compimento la propria startup, vendendola quando ha dimostrato di funzionare a dispetto di coloro che non ci credevano. Ed è solo allora che le notti insonni e tutti i sacrifici prendono finalmente valore. In gergo, questa si chiama “exit”, ovvero l’uscita da un tunnel buio e pericoloso per tanti anni; a volte da un vero e proprio incubo in cui nessuno credeva nella propria visione del futuro.
È proprio per tutte queste difficoltà che gli startupper veri, quelli che hanno davvero inventato qualcosa di grande, hanno cominciato con niente: un garage e una manciata di sogni da far diventare faticosamente realtà. Per citare qualcuno che conoscono tutti, parliamo per esempio dal tanto amato Steve Jobs o del tanto odiato Mark Zuckerberg, o ancora degli uomini più ricchi del mondo come Elon Musk e Jeff Bezos. Non è forse proprio da uno scantinato che hanno avuto avvio le loro startup che sono poi diventate le aziende più grandi ed invidiate del pianeta? Non sono state forse idee dirompenti, macchiate di fatica e sudore, ad aver generato alcune tra le rivoluzioni più importanti degli ultimi decenni? Cosa saremmo oggi senza tutto ciò? Non lo possiamo dire per il semplice motivo che oggi rappresentano il nostro pane quotidiano che utilizziamo anche per farci portare una bibita dal bar sotto casa; ma siamo ben consapevoli di come la nostra vita subirebbe un’involuzione totale, se solo ci fosse tolto tutto quello che grazie a questi signori abbiamo conquistato. Partendo sempre da quel benedetto garage che viene spesso bistrattato da signori in giacca e cravatta che, comodamente seduti su una comoda poltrona in un ancor più comodo ufficio vengono a raccontarci come si costruisce una startup senza avere mai fatto una gavetta, senza aver mai sentito l’odore di muffa degli scantinati; solo perché si sono sentiti startupper per aver creato nuove aziende grazie ai soldi delle banche, del governo (o nuovi inserti per giornali come Luca De Biase grazie ai soldi di Confindustria).
Come ha scritto Rufo Guerreschi su Linkedin (startupper seriale a Bangalore, Miami, Roma e Zurigo) bisogna distinguere i ruoli e differenziare la figura del puro startupper, ovvero dell’innovatore che non si remunera fino al successo, da quella del manager che riceve uno stipendio da t con zero.
La scintilla di questa storia (o forse, la freccia avvelenata) nasce dalla lettura di un articolo pubblicato sul #Sole24Ore, appunto di Luca De Biase, in cui viene fatta una disamina sull’ “open innovation” infarcita di contenuti, nomi e concetti, attraverso una disquisizione che passa per mezzo mondo. Le osservazioni del preparatissimo giornalista, che in alcuni punti sono perfettamente condivisibili, si perdono inevitabilmente nell’aere quando, stringendo i contenuti e arrivando all’osso, ci si accorge che probabilmente chi parla di innovazione, dovrebbe farlo con cognizione di causa. Per essere politicamente meno corretti, si potrebbe dire che forse, sono in pochi, oltre allo stesso Mark Zuckerberg, quelli che potrebbero avere il diritto di parlare del suo “muoviti in fretta e rompi le cose, perché se non rompi le cose non ti stai muovendo abbastanza in fretta”. Perché se non si conosce il rumore delle cose che si rompono, se non ci si taglia con quei cocci affilati, se non si corre sopra il cumulo di detriti taglienti e sporchi che fanno “clang” e “crash”, non se ne può parlare con cognizione di causa.
Allora rompiamole, queste cose, senza paura, così come noi rompiamo le nostre scatole. Guardiamo oltre, cercando di farlo prima e meglio degli altri. Senza aver paura di provarci, perché a volte questa spasmodica attenzione alla staticità e al controllo – a discapito del rompere – lascia alcune grandi menti sulla pista a guardare gli altri, quelli coraggiosi, che corrono urtando sogni, prove, progetti e fallimenti, gridando per il dolore e per la felicità. Pensiamo sempre al traguardo, a quel filo di lana che sembra impossibile raggiungere ma che poi, a volte dopo tanti lunghi anni, si superano, a quelle gare contro il tempo… a quelle scatole da rompere! Ricordando sempre che per arrivare al successo, bisogna sempre correre con lo sguardo avanti e un bel sorriso dipinto sul volto.
Pier Ludovico Bancale
