Salva un’oca!
Sì, perché tutti amiamo gli animali, figuriamoci le oche, che quando camminano trotterellano come faceva Charlot e quando nuotano sembrano personaggi dei cartoni animati.
Non c’è nulla di più vicino alla natura come questi simpatici volatili. E poi, “naturale è bello”, vero?
Evoca il concetto di salute, dà l’idea di essere un tutt’uno con l’ambiente, di entrare perfettamente nell’ecosistema. Di qui la convinzione che sia giusto indossare indumenti di origine, appunto, naturale, come un maglione di lana o una camicia di lino. O magari, una bella stola in pura seta.
Eppure, a volte, anche gli oggetti più belli e desiderati, nascondono dei punti oscuri profondi, ed è giusto che vengano evidenziati, raccontati, scoperti.
La maggior parte di noi, abituati alle consuetudini consolidate da decenni, non bada a molti aspetti considerati tecnici, come ad esempio il confezionamento delle imbottiture di piumini, piumoni e cuscini. Eppure, è evidente, semplicemente pensandoci, che queste piume non arrivino da un coiffeur specializzato in oche, che pettina i bianchi corpicini con delicatezza per utilizzare penne e piume rimaste attaccate alle maglie delle spazzole gentilmente accarezzate. Invece sono spiumate con procedimenti meccanici che strappano le piume alle oche fino a farle sanguinare. Macabro, vero? Ma non è solo macabro, è anche – e soprattutto– crudele.
E così, qualche anno fa è venuto alla luce un vero e proprio scandalo, che ha colpito diverse aziende – anche marchi molto noti – che si è scoperto non utilizzassero metodi, diciamo ortodossi, per la spiumatura degli animali. Anzi, è emerso un disgustoso mercato della sofferenza, che ha fatto rabbrividire un’opinione pubblica nemmeno troppo sensibile alle cause animaliste. Quando è troppo è troppo, e la sofferenza si è tinta di dissenso popolare.
È stato allora che è emerso il nome di un’azienda chiamata Save the Duck, un brand italiano nato dal mastermind Nicolas Bargi, con il logo rappresentante un anatroccolo con delle gocce di sudore che scendono sul muso, evidentemente sollevato dal fatto di essere scampato alla crudeltà toccata più e più volte a tanti suoi simili. Il pulcino cammina a un palmo da terra, fischiettando, o forse starnazzando, questo non possiamo saperlo. Quello che però balza agli occhi di tutti è il fatto che Save the Duck sia stata la prima azienda fashion in Italia a diventare una B-Corp, ovvero ad ottenere la certificazione riservata ai best performer nel mondo a livello sociale e ambientale. Con un bel punteggio di 95/100.
Come ha fatto? Semplice, è stata Out of the Box. Per diversi motivi.

Logo Save the Duck
Innanzitutto perché si è posta l’obiettivo di risolvere 2 problemi in una volta sola: eliminando dai piumini le piume barbaramente strappate alle oche e riciclando in maniera intelligente i rifiuti di plastica che inquinano il nostro pianeta, ricavandone imbottiture super ecologiche.
Poi, perché ha esposto in maniera corretta la propria mission, comunicando ovunque il proprio codice etico, in cui viene detto chiaramente che Save the Duck non fila, non tesse e non cuce. Almeno non in maniera tradizionale. I filati – se possiamo chiamarli così- che utilizza sono tutti di origine sintetica, dalla plastica riciclata alle reti da pesca dismesse. Tutta roba – robaccia direbbero i più– destinata a finire nell’ambiente senza avere una seconda occasione, probabilmente con un biglietto di sola andata verso una discarica, il mare o un prato pieno di altri rifiuti – forse con bambini che ci giocano accanto.
Infine, perché Save the Duck è riuscita a comunicare efficacemente il bello dell’indossare abbigliamento sintetico, cosa impensabile fino a qualche anno fa. E la moda, da sempre mondo di colori, si trasforma e diventa mondo di valori, in cui non c’è dolore, né prigionia, né crudeltà. C’è una doppia voglia: quella di rigenerare qualcosa di inquinante e dannoso; ma soprattutto c’è il desiderio, mai provato prima da parte delle masse di consumatori, di pensare che “è bello indossare un capo alla moda”, ma che “è ancora meglio sapere che è cruelty free”.
Probabilmente, con l’innalzamento della soglia di attenzione alle tematiche animaliste e ambientaliste – inevitabili nel prossimo futuro – Save the Duck sarà considerato un precursore di questa nuova tendenza, rivolta all’attenzione e alla consapevolezza, che viaggia anche nel guardaroba. E non perché sia stata la prima azienda a realizzare abbigliamento, chiamiamolo consapevole, ma probabilmente perché è stata la prima a comunicarlo bene, a riuscire a entrare nel cuore e negli armadi di moltissime persone, facendo leva su una comunicazione efficace e di sicuro effetto.
Il tono di voce utilizzato da Save the Duck ha fatto leva, in maniera morbida e non diretta, sull’emozionalità di un messaggio che non viene sbattuto in faccia e che non colpevolizza i disattenti. La consapevolezza di informare, aiutando a fare scelte etiche senza puntare il dito contro qualcuno (cosa che sarebbe risultata facilissima, nel momento in cui tanti marchi di moda altisonanti, e concorrenti di Save the Duck, sono stati travolta da questo scandalo), ha rappresentato un valore ulteriore. Perché Bargi & Co. ci hanno detto “Io ti offro un prodotto che non ha fatto male a nessuno. È etico, buono. Lo vuoi scegliere?” Senza alcun “J’accuse”, senza facili recriminazioni, né urla. Pur essendo stato semplice e profittevole farlo.
Noi non pretendiamo di dare risposte, né soluzioni, o di suggerire cosa posa essere giusto o sbagliato. Ciascuno si sarà fatto un’idea, probabilmente quella corretta. Il nostro compito è quello di stanare storie e scoperchiare parole, che inevitabilmente daranno origine ad altre parole, a cui ne seguiranno altre ancora. A volte avranno la consistenza grezza del lino, altre quella liscia del velluto. Da accarezzare. Come un pulcino che cammina a un palmo da terra. Fischiettando o starnazzando. Forse, tutt’e due.
Valeria Bellobono
